L’IMMIGRAZIONE CHE RIGENERA: “THE GREAT MOTHER’S BONES”

Tra mito antico e realtà virtuale: intervista a Barbara Riebolge, regista della performance

 

Un’esperienza a 360 G.R.A.D.I. perché tramite il visore lo spettatore non solo vive in prima persona quello che accade, ma assume anche un ruolo attivo nella performance, vivendo un’esperienza sensoriale condotto dagli attori in scena.

Quando l’arte e la tecnologia si fondono avendo come scopo il cambiamento sociale, progetti innovativi come quello di 360 G.R.A.D.I. prendono vita. L’acronimo sta per: Generare Rinnovamento Attraverso Diversità e Inclusione. Il tutto è stato realizzato da alcuni giovani richiedenti di asilo di Padova, tramite la tecnica della realtà virtuale.

In questa intervista Barbara Riebolge, la regista della performance, racconta come si è svolto il progetto e quale è il tema dell’installazione. Barbara lavora presso Ailuros Teatro, che da diversi anni si occupa di performance immersive e rituali, in grado di portare lo spettatore all’interno dell’installazione. “All’interno della performance” mi spiega Barbara “lo spettatore assume un ruolo drammaturgico, vivendo ciò che accade in prima persona.”

  

Barbara è entrata in contatto con la no-profit PerilMondo Onlus tramite Sara Canella; insieme è stato deciso di realizzare un progetto con la casa cinematografica Hive Division, che da anni realizza progetti con la realtà virtuale.

In pratica, come si è svolto il progetto? 

Abbiamo tenuto un workshop di 15 incontri per i richiedenti asilo: ci siamo incontrati una volta a settimana per due ore. Alla fine di questo percorso ci siamo recati a Caorle, spiaggia veneta, per registrare la storia di questo rito. Se vuoi ti racconto un po’ di cosa si tratta.

 Certo, puoi raccontarci un po’ della trama? E anche del titolo “The Great Mother’s Bones”, che suona interessante ma anche un po’ misterioso.

Si tratta della storia del diluvio universale, che è un po’ diffusa in tutte le culture.

 In particolare noi abbiamo lavorato sul mito greco di Deucalione e Pirra, partendo anche dalle storie tradizionali che i ragazzi hanno raccontato, che si potevano intrecciare con quelle della nostra tradizione.

Deucalione e Pirra sono due puri di cuore risparmiati da Zeus, che aveva punito l’umanità condannandola al diluvio perché era diventata corrotta, come succede in tutti i miti del diluvio universale. I due protagonisti sono un uomo e una donna, sposati.  Costruiscono la classica barca per affrontare il diluvio e dopo alcuni giorni approdano a un lembo di terra ferma. Si ritrovano in prossimità di un monte dove è costruito un tempio dedicato a Zeus.

Per ringraziare Zeus di essersi salvati, entrano nel tempio a pregare. Visto che si sentono così soli e dispersi, essendo gli unici due sopravvissuti in tutta l’umanità, Zeus dà loro in dono questo oracolo:

“LANCIA ALLE TUE SPALLE LE OSSA DELLA GRANDE MADRE”.

 Cosa vuol dire?

Loro cercano di capirlo, e infine realizzano che le ossa della grande madre sono le ossa della Madre Terra. Quindi Pirra lancia alle sue spalle delle pietre e nascono le donne, Deucalione lancia alle sue spalle delle pietre e nascono gli uomini. Si genera una nuova umanità

 

 

 

 Mi piaceva questo tipo di mito proprio per questo concetto di nuova umanità: è quello che di solito avviene con l’immigrazione. Migrare non è solo un diritto fondamentale, ma porta anche a rigenerare cultura, generare umanità.

 

 

 

E alla fine un messaggio viene lanciato allo spettatore…

Esatto. Lo spettatore, coinvolto nella performance, assume il ruolo di Deucalione o di Pirra, e ha il ruolo di prescelto, di  salvato: spetta a lui ricreare questa nuova umanità.

I nostri performer invece, i ragazzi richiedenti asilo, hanno come ruolo quello della voce della divinità.

Quali risultati hai osservato?

Quando conduco questi laboratori è sempre interessante osservare l’inizio e la fine.

All’inizio vedevo una serie di timidezze, di chiusure, che alla fine sono state superate.

L’approccio che abbiamo avuto è quello della creazione di un rapporto tra gli attori, i ragazzi, che si preparano a lavorare a tu per tu con uno spettatore: dunque diventa molto importante che si esprimano in modo vero e sincero.

Quindi il lavoro che abbiamo fatto è stato un lavoro di apertura, in cui sono stati superati dei blocchi. Questo mi è piaciuto molto perché ho visto uno sviluppo, anche perché alcune situazioni erano molto difficili. Questi ragazzi venivano al laboratorio con un’estrema passione, un’estrema voglia di fare; ma mi hanno raccontato quello che hanno dovuto attraversare, e non è stato facile.

Alcuni di loro non volevano condividere la propria storia. Però poi, con l’andare avanti del workshop, sono stati proprio loro a chiedermi di poterlo fare.

Poi qualcuno aveva qualche problema di comprensione della lingua: ho visto un miglioramento in questo ambito. Io tenevo il workshop in italiano, e poi traducevamo i concetti in inglese, in modo che tutti fossero coinvolti.

Chissà che da questa esperienza non traggano anche qualcosa di utile da generalizzare al di fuori del palcoscenico, che si sentano più sicuri delle proprie capacità di comunicare.

360 G.R.A.D.I. Backstage

Sì; tra le altre cose, ad esempio, abbiamo lavorato molto sull’uso dello sguardo, fondamentale in una performance. Sono molto migliorati. So che questo potrebbe aiutarli quando si presentano dal giudice, perché la maggior parte di loro deve affrontare un processo per la richiesta d’asilo. Chiara Pernechele, l’avvocata che ci seguiva, ha confermato che in queste occasioni un buon utilizzo del linguaggio non verbale è utile.

Ed ora a che punto siete?

Adesso stiamo ancora lavorando sulla performance. Io ho in mente un’idea precisa, ma poi ovviamente quando incontro loro le idee si sviluppano, cambiano, e quindi vediamo cosa salta fuori per il 22, la nostra prima data.

 

 

AUTRICE: Irene Giovanetti, 23 anni, è tirocinante presso il Centro di Protezione Internazionale di Perilmondo Onlus. Sta conseguendo la laurea magistrale in Psicologia di Comunità, per poter lavorare nell’ambito della psicologia interculturale e dei diritti umani.

COSTRUENDO UNA CULTURA DI PACE: L’ESEMPIO DI MATILDE

Quando le risposte ai problemi arrivano dai cittadini: intervista alla fondatrice di Perilmondo Onlus

In questo periodo storico assistiamo a un progressivo disinteresse per la politica: nonostante ciò, alcune persone particolarmente motivate e propositive riescono a fornire risposte concrete e creative ai problemi delle nostre comunità.

È il caso di Matilde Bramati. Non una professionista ma una cittadina come noi, che pure con la sua passione e capacità insegna a tutti noi che è possibile cambiare le cose, collaborando, perché come lei stessa afferma: “È sempre dall’incontro  tra le persone che i sogni possono diventare realtà”.

Logo Perilmondo

Da diversi anni ormai Matilde gestice uno Sportello Legale per i Richiedenti Asilo, grazie a una collaborazione con avvocati, tirocinanti e volontari supporta i richiedenti asilo nel loro percorso legale. Si occupa poi del progetto teatrale 360 G.R.A.D.I. che tramite gli strumenti del teatro e delle nuove tecnologie aiuta i richiedenti asilo a diventare portatori autonomi di idee, sensibilizzando al tempo stesso il pubblico italiano sulla tematica.

In questa intervista Matilde ci racconta della sua esperienza nel fornire a livello locale una risposta a problemi complessi come quello dell’inclusione dei richiedenti asilo in Italia.

 

Perilmondo gestisce da diversi anni lo Sportello Legale per i Richiedenti asilo ormai da diversi anni. Come si è evoluta la situazione da un punto di vista legale?

Non essendo un avvocato non ho gli strumenti per spiegare nei dettaglio l’inasprimento del percorso burocratico e legale dei richiedenti asilo. Tuttavia, quando il progetto di Protezione Internazionale è partito, il diritto era abbastanza chiaro ed egualitario, mentre ora si assiste ad una situazione di massima confusione e di evidente discriminazione tra chi è “arrivato prima” e chi è “arrivato dopo”.  Non mi riferisco solo al decreto Salvini, ma anche a quanto successo in seguito al Decreto Minniti, che abolendo la possibilità del secondo grado di appello ha costituito, a nostro avviso,  una grave discriminazione su persone per la gran parte in uno stato di visibile vulnerabilità.

Far capire queste differenze ai nostri utenti diventa sempre più difficile, perché spesso risulta incomprensibile anche per noi operatori.

 

Nella pratica, quali sono le conseguenze di questo stato di fatto?

Nella pratica, lo stravolgimento delle norme introdotto dai due decreti porta a conseguenze diametralmente opposte a quanto è pubblicamente annunciato dai politici. Nella confusione della norma, è molto facile per delle persone vulnerabili cadere nell’illegalità: si ritrovano senza documenti e nell’impossibilità comunque di lasciare il Paese. Così, le necessità vitali li portano troppo facilmente a cedere nelle mani di organizzazioni dedite al crimine, allo schiavismo, alla tratta…. Troppo spesso vedo bravissimi ragazzi cadere in depressione, non crederci più, abbandonare le speranze di una vita normale, e infine andarsene di nuovo verso sud…. e poi sappiamo in quali campi li ritroviamo, vittime dei caporali e ridotti in schiavitù.       

Però abbiamo dato un’occhiata insieme alle statistiche dello Sportello, e per fortuna la situazione spesso si risolve positivamente….

Sì certo, abbiamo un panel di avvocati eccezionale e, anche grazie al lavoro del nostro staff di volontari, abbastanza spesso il percorso si conclude positivamente con il rilascio del permesso, che sia asilo, sussidiario o umanitario. Questi successi hanno alle spalle percorsi di integrazione e di superamento delle difficoltà: studio dell’italiano, percorsi di volontariato, formazione professionale e inserimento lavorativo….

Voglio raccontare un episodio recente. Un datore di lavoro si è rivolto a noi per il ricorso contro il diniego della Commissione Territoriale e mi ha detto:

“Ho conosciuto questo ragazzo pochi mesi fa, non sapeva una parola di italiano e niente del nostro lavoro, adesso ha imparato tutto, mi etichetta la merce coi codici a barre, mi sistema tutto perfettamente in magazzino e non sbaglia quasi mai….e adesso? Come faccio se me lo mandano via? Dove lo trovo un altro? E poi dovrei ripartire daccapo, quando ho qui un ragazzo bravo!”.

Io gli dico: “Ma non ne trovate di italiani a fare il suo lavoro? Eppure venite da una zona dove c’è un problema di disoccupazione giovanile….”

“Eh sì… a trovarne di ragazzi che vogliano fare una lavoro così….. studiano troppo, i nostri!”    

 

Parliamo un po’ del progetto 360 G.R.A.D.I.: come è nata l’idea?

L’idea è nata insieme al progetto dello sportello: infatti Chiara Pernechele, l’avvocata che per prima ha ideato lo sportello, è un’appassionata di teatro da sempre. L’idea era fin dall’inizio anche di coinvolgere i ragazzi in attività culturali finalizzate alla loro integrazione nel tessuto sociale. L’occasione è venuta poi grazie l’incontro con Barbara Riebolge, la nostra regista, e con Sara Canella, che ha scritto il progetto per il bando della Fondazione Cariparo. È sempre dall’incontro  tra le persone che i sogni possono diventare realtà….Se non ci mettiamo in gioco nelle relazioni, tante idee e progetti restano nel cassetto.       

Immagino che dall’ideazione progetto all’implementazione ci sarà stata qualche difficoltà…

Mah…. forse devi chiederlo a Barbara e a Sara…. dal mio punto di vista sta filando tutto: il progetto è stato scritto per il bando che poi ci ha premiato, ma ne eravamo tutte così convinte che lo avremmo fatto in ogni caso. L’idea di Barbara era troppo bella, così innovativa e al tempo stesso così legata al mito, alla classicità… ma non voglio svelare niente, ormai mancano poche settimane all’inizio delle performance. I ragazzi si sono dimostrati molto ricettivi e abbiamo trovato dei talenti forse inaspettati. Quando chiediamo di ospitare una performance, le reazioni sono spesso di grande entusiasmo.

 

360 G.R.A.D.I. – Foto scattata durante le riprese.

Allora sicuramente ci sarà qualche aneddoto divertente o qualche episodio che ti ha particolarmente colpita.

Devo dire che in particolare mi hanno colpita un paio di persone che nell’arco di questo percorso ho visto davvero fiorire: si sono messe totalmente in gioco e la loro capacità di comunicare è esplosa. Questa è una cosa che mi colpisce sempre.

Ti trovi di fronte a ragazzi e ragazze giovani, che hanno alle spalle un vissuto drammatico, che hanno davanti un percorso pieno di ostacoli e un futuro davvero nebuloso, e sono persone ottimiste, piene di voglia di fare, sorridenti, scherzose: il gruppo che si è venuto a creare tra di loro è sempre pieno di scherzi, risate e battute.

Vorrei essere più brava e riuscire ad offrire a un maggior numero di persone occasioni simili a questa: perché basta davvero poco a far uscire le qualità di un giovane, basta dare delle opportunità.

 

Se qualcuno volesse contribuire alla riuscita di questo progetto, cosa potrebbe fare?

Innanzitutto delle cose molto semplici e pratiche: seguirci sui social e sul sito, condividere gli eventi, partecipare alle performance, segnalarci gli eventi che potrebbero ospitare una performance, dare un contributo alla campagna di raccolta fondi: il contributo di ognuno è prezioso!

Poi, la storia continua, perché vogliamo che questa esperienza  sia ripetibile anche oltre i tempi del progetto, coinvolgendo il maggior numero di persone possibile.

AUTRICE: Irene Giovanetti, 23 anni, è tirocinante presso il Centro di Protezione Internazionale di Perilmondo Onlus. Sta conseguendo la laurea magistrale in Psicologia di Comunità, per poter lavorare nell’ambito della psicologia interculturale e dei diritti umani.

DI COSA HANNO BISOGNO I RICHIEDENTI ASILO?

Per quale motivo abbiamo bisogno di più progetti come 360 GRADI

Migranti protestano contro il Decreto Salvini. Fonte: laboratorio SOCIALE
Migranti protestano contro il Decreto Salvini. Fonte: laboratorio SOCIALE

Ormai se ne parla ovunque:  leggi notizie sull’immigrazione sulle prime pagine dei giornali, trovi valanghe di post sui social network, se ne discute anche a tavola a casa tua durante le vacanze.

Tra le questioni più accese il recente Decreto Salvini, che tra le altre cose ha tagliato i pochi fondi già disponibili per le politiche per l’inclusione di richiedenti asilo e rifugiati. Parlare e riflettere su questi temi è senza dubbio fondamentale, ma c’è un grosso bisogno di risposte concrete.

Se anche tu sei interessato a fare qualcosa per migliorare la situazione, questo articolo potrebbe interessarti.

Partiamo dalle basi: chi è un richiedente asilo?

Secondo il Glossario EMN un richiedente asilo è:

“Qualsiasi cittadino di paese terzo o apolide che abbia presentato una domanda di asilo in merito alla quale non sia ancora stata presa una decisione definitiva.”

Un richiedente asilo è dunque una persona senza certezze sul suo futuro, in quanto deve aspettare che qualcun altro prenda una decisione che avrà conseguenze con un impatto estremamente rilevante sulla propria vita, decisione su cui non è possibile esercitare un controllo.

La storia di Assad, che non sapeva di essere accusato di violazione di domicilio

Svolgendo il mio tirocinio presso lo sportello di Protezione Internazionale di Perilmondo Onlus, che si occupa di assistere i richiedenti asilo nel loro percorso legale, un giorno Assad (nome di fantasia) bussa alla porta.

“Come stai?” Gli chiediamo. Sta imparando l’italiano.

Lui risponde in inglese, perché si tratta di una storia complicata.

La sera prima la polizia aveva fermato e trattenuto Assad: ora lui aveva in mano un pezzo di carta, ma non sapeva cosa ci fosse scritto. Cosa aveva fatto di male? Era nei guai?

Assad in quel momento viveva per strada, a causa di uno degli inghippi presenti nei sistemi di accoglienza italiani. Era inverno, e aveva trovato un materasso in un posto riparato, che a quanto pare era proprietà di qualcuno. La polizia lo aveva accusato di aver commesso un reato di violazione di domicilio. Lui non aveva idea di cosa fosse successo.

L’incertezza permea la vita dei richiedenti asilo

Centro di detenzione in Libia. Fonte: Internazionale

Questo non sapere, che crea un grosso sentimento di incertezza, permea la vita dei richiedenti asilo: essendo stati spesso sfruttati o perseguitati in passato non sanno se possono fidarsi, se la loro storia verrà ritenuta credibile dalla Commissione Territoriale, se la richiesta di asilo verrà accolta, se riusciranno a trovare un lavoro per mandare dei soldi alla loro famiglia di cui si sentono responsabili.

Non conoscono la lingua, non conoscono il territorio.

Molti neanche volevano arrivare in Italia, si sono recati in Libia nella speranza di trovare un lavoro e si sono ritrovati nei guai con la mafia libica o in centri di detenzione che violano i diritti umani.

Il progetto 360 gradi: un passo nella direzione giusta!

Richiedenti asilo partecipano al workshop teatrale 360 GRADI.

Clicca qui se vuoi fornire un prezioso contributo, supportando questo progetto con una donazione.

 

Nella nostra società occidentale, tendiamo a dare i diritti di base per scontati, senza accorgerci che proprio dietro l’angolo c’è qualcuno che non li ha. Eppure, l’ultimo secolo di storia Europea dovrebbe averci insegnato qualcosa sull’importanza di batterci per i diritti degli altri.

In quale modo ognuno di noi può permettere a queste persone di partecipare in modo attivo nella nostra società? Come permettere loro di trasformare l’incertezza che vivono ogni giorno? Una volta garantiti a persone come Assad un posto dove dormire e un sostegno legale, come favorire il processo di inclusione che rende la nostra società più ricca?

Una proposta originale e innovativa nata e messa in atto da alcuni operatori che lavorano a contatto con i richiedenti asilo a Padova è quella del Progetto 360 G.R.A.D.I. In questo progetto, attraverso lo strumento del teatro i richiedenti asilo hanno occasione di:

  • Migliorare il loro italiano, fondamentale strumento per l’inclusione in Italia
  • Socializzare tra loro e fornirsi supporto reciproco
  • Mettersi in gioco, in modo proattivo, nella creazione di un’installazione con la tecnica della realtà virtuale: gli spettatori faranno un’esperienza pervasiva del loro racconto!
  • Conoscere il territorio nel momento in cui le installazioni saranno diffuse

Un richiedente asilo fugge da una situazione in cui non si sente sicuro. Gestire una grossa dose di incertezza legata al non sapere se si potrà trovare protezione è molto complesso, e questo periodo può durare mesi se non anni. Se sono capace di parlare la lingua del paese in cui vivo, conosco le persone, sono capace di comunicare e conosco il territorio, sarà molto più semplice avere controllo sulla mia vita, riuscire a gestire il senso di incertezza e avere interazioni positive e arricchenti nella società in cui vivo.

Il Progetto 360 G.R.A.D.I. può fornire ai richiedenti asilo una spinta che gli permetta di essere resilienti alle avversità e contribuire in modo arricchente allo sviluppo della nostra comunità. Se non puntiamo su progetti come questo, stiamo rinunciando a fornire a chi è più svantaggiato strumenti utili per esercitare un controllo sulla propria vita.

Vogliamo davvero che questo succeda? Padova, giugno-ottobre: sei invitat@ alla performance!

AUTRICE: Irene Giovanetti, 23 anni, è tirocinante presso il Centro di Protezione Internazionale di Perilmondo Onlus. Sta conseguendo la laurea magistrale in Psicologia di Comunità, per poter lavorare nell’ambito della psicologia interculturale e dei diritti umani.